lunedì 7 febbraio 2011

I giusti


"Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo."


[Jorge Luis Borges]


ovvero: come avere comunque fiducia nell'umanità, e nel futuro. Nonostante tutto.

Gary Moore


"Ma dobbiamo correre al Main Stage, dove ci godiamo per intero l'esibizione di Gary Moore. Il chitarrista è forse fra i più sottovalutati degli déi delle sei-corde: anche al Victoria Park è fautore di un'esibizione emozionante, tecnicamente ineccepibile, ma che unisce la potenza del rock al gusto del blues, senza mai annoiare. Attraverso classici come Over The Hill and Far Away, Thunder Rising o Out in The Fields, più qualche improvvisazione e dei pezzi nuovi che non stonano affatto, l'irlandese si diverte e sa divertire." 

Questo scrivevo qualche mese fa, un commento inserito in un report più lungo: preso da solo sembra forse un po' troppo freddo. Non ero riuscito, o meglio: nemmeno avevo provato, a condensare in parole la felicità che avevo provato, sentendo le note di Gary. Ero come un bambino al Luna Park: non trovo metafora migliore.
Gary Moore se ne è andato ieri, e dire che fosse troppo giovane non è solo una banalità (né un dato anagrafico). Ci pensavo qualche mese fa, alla notizia della morte di José Saramago (che eppure era più anziano). Quando se ne vanno persone di questo spessore artistico, con talenti così straordinari, ciò che spiace davvero è che non potranno più donarci nulla. Gary aveva in uscita due dischi, uno celtic rock ed uno blues, e credo che la casa discografica non si lascerà perdere l'occasione di darli alle stampe, postumi al suo creatore. Giusto così: le sue note come epitaffio che lo renderanno immortale.

Il giovane Holden, attraverso la penna di Salinger (anche lui ci ha lasciati un anno fa!), ragionava sui libri, e pensava: "Quelli che mi lasciano davvero senza fiato sono i libri che quando li hai finiti e tutto quello che segue vorresti che l'autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira". Ecco: questo pensiero, geniale nella sua semplicità, è quello che mi nasce spontaneo anche con certa Musica. Quelle note che ti entrano dentro, migliorano la tua giornata, ti fanno crescere, sono semplicemente il sottofondo della tua vita. Ecco perché colpisce tanto la morte di persone come Gary Moore (o lo scorso anno Ronnie James Dio), perché li credi come amici per la pelle, anche se non li hai mai conosciuti (e magari se l'avessi fatto, ti sarebbero anche stati sulle balle). Perché sei cresciuto con la voglia di prendere il telefono, e chiedere: 'perché proprio quella nota? dove l'hai trovata? perché non ci riesco io?'; oppure chiamare ancora, e dire semplicemente 'grazie'.

E' stupido, lo so. Ma è il potere della Musica, quella forza misteriosa che non posso spiegare con un intervento su un blog, né potrei con miliardi di altre parole. Quella forza che ti fa voler cambiare il Mondo, ti fa venir voglia di amare, di odiare, di gridare, di correre, di saltare. Che cambia il gusto della vita. Gary Moore, e non sono ipocrita, ha davvero dato una sfumatura diversa alle mie giornate. 

A volte credi che certe persone non possano morire mai, che potrai pagare un biglietto e vederli sorridere su quel palco, quando ti va. Loro, come una chitarra, che marcisce col tempo che passa, ma continua a suonare. Le dita di Gary si muovono ancora, ogni volta che premo 'play'. Ed è comunque la consolazione più grande.


domenica 6 febbraio 2011

Still got the Blues

Sono scosso: è morto Gary Moore. O almeno, questa è la notizia che sta circolando per il web da qualche minuto.




Sarà che l'ho visto a Londra, sarà che cerco anche di suonare la chitarra, sarà che sono particolarmente sensibile alla Musica.. ma.. son davvero dispiaciuto! Quasi lo conoscessi di persona.
Anche questo è il potere della Musica. Sì, dovrei scrivere altro. Ma devo trovare le parole giuste. I still got the blues.

lunedì 10 gennaio 2011

Borghezio e le sue stronzate

Esistono provocazioni che colgono il segno, nella loro anche stupidità, riescono a far parlare del personaggio che le ha poste. C'è chi ci gioca, come il Povia di 'Luca era Gay'. Ma ci sono provocazioni che superano il confine, e divengono 'stronzate'. Ecco: quella di Borghezio oggi ("L'Abruzzo? è un peso per l'Italia, dopo il terremoto") è solo una stronzata. Non dovrebbe trovare spazio su siti e giornali, e nemmeno sul mio blog (ci casco anch'io). Semplicemente, gli uditori diretti di questa stronzata dovrebbero rispondere indignati, quale sia il loro colore politico, "COSA STAI DICENDO?".
Ecco, io non sono Borghezio, e me ne vanto. Ma se fossi in lui, chiederei scusa all'intelligenza altrui (di tutti tranne "me"), e tacerei per sempre. Ha superato il limite, ed un Paese giusto dovrebbe farglielo capire, innanzitutto smettendo di ascoltarlo. "C'è Borghezio, vuole parlare, andiamocene."

Si possono avere sessantatré anni, ed essere così stronzi?

giovedì 6 gennaio 2011

Apple lancia l'App Store per Mac

Sulla linea di una formula già di successo per iphone ed ipad, la Apple ha lanciato quest'oggi il tanto atteso Mac-App Store. Il concetto è molto semplice: con un aggiornamento automatico di sistema, è stato introdotto un nuovo programma, che non è altro che un negozio virtuale. Una vetrina dove si trovano applicazioni dagli usi più svariati, e dai prezzi diversi (ma in genere molto contenuti, alcuni persino gratuiti). Per acquistarli ed installarli basta un solo click: da quel momento, ogni nuovo aggiornamento verrà automaticamente integrato al programma, senza la necessità di acquistare supporti esterni (addio a cd e dvd). Chiaramente, il tentativo è quello di rispondere ad uno dei pregi maggiori di Linus: l'aver sempre a disposizione una quantità enorme di programmi facilmente integrabili al proprio sistema, senza la necessità di acquisti nei negozi. Ma il mac non permette l'integrazione solo di applicazioni distribuite gratuitamente, ma anche di programmi veri e propri, venduti con scopi di lucro. Ma la vera novità sta proprio in questo: grazie alla nuova vetrina, le vendite dei programmi aumentano, e di conseguenza le aziende hanno accettato di abbassare i costi. Un programma che fino a ieri costava anche il 30% in più, ora viene distribuito a più persone, con un prezzo più contenuto. Per molti questa non è una grandissima innovazione, soltanto un modo più semplice di ottenere ciò che già mac offriva. La realtà è che ora i programmatori sono spinti a creare ed offrire nuovi programmi o programmi di altri supporti (molte sono le apps importate da iphone ed ipad, con le migliorie che il nuovo sistema permette), consentendo una personalizzazione sempre maggiore del sistema operativo. Così si risponde anche al timore dei nuovi clienti, spaventati dal fatto che non troveranno per Mac i programmi di cui si servono su Windows. E, a proposito del sistema operativo di casa Microsoft, si crede verosimilmente che sarà costretto a copiare l'idea di Apple.

mercoledì 5 gennaio 2011

A contro B

Utilizzando i ben noti social network, ultimamente mi son accorto di un atteggiamento diffuso. Forse era già presente da tempo, ma l'ho notato solo di recente, perché ci son cascato sempre più anch'io. E' il bipartitismo esasperato: il voler opporsi ad una supposta fazione avversa a tutti i costi, esaltando la propria in maniera tale da non concepire posizioni diverse. Credo l'influsso derivi da una spettacolarizzazione della politica: un bipartitismo che estremizza le ideologie, e che trasforma salotti televisivi - di dubbia intelligenza - in campi di battaglia. E così, poi, nella vita di tutti i giorni: gattofili contro cinofili, windows contro apple, iphone contro android, jazzisti contro metallari, vecchi contro giovani, lavoratori contro studenti, polentoni contro terroni, italiani contro stranieri, etcetera. Tutto questo in un venir meno della bellezza delle contaminazioni, dell'esaltazione delle diversità, e - soprattutto - del rispetto per i gusti e le peculiarità altrui. E' un pericolo sociale che si sta connaturando sempre più negli istinti delle genti, e che mi rattrista e spaventa allo stesso tempo.

PS: questo era il post n.100. Direi che posso dirmi soddisfatto: sto riuscendo ad aggiornare con costanza il blog; ed ho perfino attirato i commenti di qualche incauto visitatore occasionale!

martedì 4 gennaio 2011

Dubbi esistenziali (1)


Ho alcuni dubbi esistenziali.. cercherò di esporli col tempo in questo blog. Ecco il primo.

Sono felice utilizzatore di MacOS, ma ho vissuto anni in infelice compagnia di WindowsVista. Ebbene: ogni qualvolta - ed accadeva sin troppo spesso - un programma aveva un problema e doveva essere riavviato, mi appariva una finestra in cui mi si chiedeva di inviarne un report alla Microsoft. Punto primo: Microsoft ha mai ricevuto i miei report? Punto secondo: se io ne inviavo tanti, quanti ne riceve ogni minuto da tutto il mondo? Punto terzo: perché se il mio sistema operativo, regolarmente pagato, aveva tanti problemi - e testimonianza ne erano proprio i miei report - mai nessuno si è degnato di scrivermi un'e-mail per chiedermi quanto meno scusa? non dico risolvere i problemi, sarebbe stata troppo grazia. Se qualche impiegato di Microsoft volesse rispondermi, leggerò il suo messaggio da iMail.

domenica 2 gennaio 2011

MMXI


"Perché sono stanco, come se fossi in viaggio da sempre?"

Scrivo il tradizionale pensiero per l'anno nuovo (come nel 2009 e nel 2010) con un umore un po' strano. Sarà la stanchezza di una bellissima giornata, con le emozioni che si è portata con sé. Sarà sempre questa sensazione di dover riscrivere le stesse cose degli anni scorsi: che nulla è veramente cambiato, che mi mantengo lì sull'orlo d'un trampolino che non posso saltare. Saranno mille altre cose, compresa quella sensibilità di cui a volte farei volentieri a meno. Però inizio ad essere un po' stufo. Non è forse caratteristica dei ventenni essere stufi? Ed io ventenne lo sono, ventitreenne ad esser preciso, con tutto quel bagaglio d'insicurezza che caratterizza chi vede il futuro sempre in bilico. Uno studente, fra l'altro. Un umanista, per giunta. Quasi rassegnato a dover essere su quell'orlo di trampolino di cui scrivevo prima.
Ma ora sono stanco; stanco di dover sempre dire che il 2010 non è stato poi così diverso dal 2009. Un anno pieno di tante cose, emozioni, bei momenti, risate e lacrime. Ma in cui nulla di me è all'apparenza mutato. Voglio tenere ciò che di costante adoro, la mia ragazza innanzitutto. Ma poi voglio anche decidermi a dare uno scossone, a provare a fare qualche tuffo. O riuscirò finalmente a nuotare nel mare, o mi romperò delle ossa. Ma il primo di gennaio del 2012, a dodici mesi dalla fine del mondo (a cui ovviamente non credo), vorrei poter scrivere che c'è qualcosa di diverso. Che qualcosa si sta muovendo.
Cosa? Non lo so ancora, ho appena iniziato l'anno nuovo.

mercoledì 29 dicembre 2010

Le Chat


foto di Susanna Alessandrini

1488

Ho comprato Lolita di Nabokov, perché lo volevo leggere, ma anche con un po’ di vergogna per aver vissuto ventitré anni della mia vita senza aprirlo mai. Senza emozionarmi già solo per quell’incipit (di più ancora non ho letto), per quella meravigliosa descrizione: “Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.” Pura meravigliosità narrativa, melodica e lirica. Eppure eran passati ventitré anni, ed ancora, fino a ieri, Lolita restava un consiglio, un progetto, un libro-che-leggerò.

Esistono, e si ritrovano anche in internet, degli elenchi di libri che si dovrebbero leggere prima di morire. E’ un elenco sempre arbitrario, ma che porta anche molti lettori fecondi ad una serie di questo-non-l’ho-letto, che atterrisce un poco.

Mi son messo a fare un calcolo. Mettiamo per ipotesi che si riescano a leggere due libri per intero, nel corso di un mese (mi sembra comunque già una buona media, se si considerano i soli libri letti per diletto, e non per studio), si avranno poi ventiquattro libri letti in un anno. Ipotizziamo pure che un lettore inizi a leggere a quindici anni (molti, per fortuna, iniziano anche molto prima, ma i quindici anni mi sembrano comunque la giusta età per acquisire coscienza del piacere della lettura), e che per limiti d’età legga fino ad ottant’anni (ancora: per fortuna molti riescono a leggere anche oltre). Si avranno quindi sessantadue anni da lettore, che - moltiplicato per ventiquattro libri letti all’anno - significano 1488 libri letti nel corso di una vita. Senza considerare i periodi in cui non si riesce a leggere, le malattie, le sventure, i pensieri che corrono verso tutto ciò che non è il libro dimenticato sul comodino.

Gli elenchi di cui parlavo sopra, quelli che pretendono di indicare i libri che si dovrebbero leggere prima di morire, già da soli spesso consigliano 1000 libri. Eppure ancora, ognuno di noi, in quegli elenchi non ritrovano il proprio scrittore preferito, c’è persino chi si indigna per certe assenze clamorose. E ci sono i gusti personali, l’incapacità di sopportare certi autori, la voglia quasi feticistica di conoscere tutto di un determinato scrittore. Mamma mia: questi 1488 libri sembrano così pochi, che crescere senza sapere di Lolita e le sue seduzioni sembra quasi probabile. Figurarsi, poi, per quelle persone - troppe - che si vantano di non sfogliare mai nessuna pagina diversa da quella del quotidiano sportivo. Si può vivere senza leggere, mi si obietterà. Certo: si può; senza emozioni, senza amore: si può vivere senza ideali, senza profumi, senza battiti, senza musica. Si può esistere e basta. Ma che vita grama, che vita inutile. Non voglio vivere così, voglio cogliere tutto ciò che posso, prima di dover chiudere l’ultima pagina.

Perdonatemi allora se prenderei a calci l’editore che pubblica il libro-brutto-che-però-si-vende, ma so che non c’è tempo.. abbiamo solo un migliaio di libri ancora da leggere, forse dovremmo sceglierli bene.