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sabato 11 febbraio 2012

[REC] Alan Bennett, Gli studenti di storia

È uscita finalmente in questi giorni anche in Italia, per Adelphi, History Boys, l'ultima commedia firmata da Alan Bennett. Scritta e rappresentata per la prima volta nel 2004 (al National Theatre di Londra), possiamo ora apprezzarne anche la traduzione italiana di Mariagrazia Gini, intitolata Gli studenti di storia. È una pièce teatrale pluripremiata, vincitrice di ben sei Tony Awards (gli oscar del teatro), fra cui quello per la migliore rappresentazione. Da essa è stato tratto anche un film omonimo (2006), recitato dagli stessi attori del cast teatrale, e con la regia, anch'essa in comune con il teatro, di Nicholas Hytner.

LA TRAMA – La trama è all'apparenza molto semplice. Siamo nel contesto di una scuola inglese, dove otto studenti, che puntano ad accedere alle prestigiose Università di Cambridge ed Oxford, partecipano ad un corso propedeutico estivo, proprio in vista degli esami in ingresso che dovranno sostenere. Il preside è un uomo orgoglioso, più interessato al prestigio della scuola che al futuro dei suoi studenti, fiero della facciata di rigore che ha costruito (salvo poi lasciarsi andare un po' troppo con la segretaria). I tre professori, incaricati di preparare gli alunni all'esame, sono con gli studenti i veri protagonisti della narrazione. La professoressa Lintott, fautrice di un metodo d'insegnamento tradizionale, è forse il personaggio più concreto. In lei traspare una sottile melanconia, un certo senso di inadeguatezza, mitigato da un certo fiero femminismo. Il professor Hector è un eccentrico pedagogo, amante della poesia, colto e col gusto per la citazione. Ama davvero ciò che insegna, ed odia che il bagaglio di conoscenze sia svilito dalla necessità pratica di superare un esame. Il suo opposto è rappresentato dal giovane professore Irwin, spietato nel vendere la verità al fine pratico di dare agli studenti gli strumenti per superare il test d'ingresso nelle Università. «Mollate il branco.», dice Irwin «Seguite Orwell. Siate provocatòri. E già che cito Orwell, prendete Stalin. Tutti lo definiscono un mostro, e hanno ragione. Quindi voi dissentite. Trovate qualcosa, una qualsiasi cosa da dire in sua difesa. Oggi la storia non ruota intorno alle convinzioni. È performance. È spettacolo. E quando non lo è, fate in modo che lo diventi.»

LA MORALE – La commedia di Bennett vibra d'intelligenza; anche quando la risata è scaturita dall'equivoco, o dall'esplicito ricorso alla sfera semantica dell'erotico, il lettore si rende conto che al di sotto c'è sempre un senso più profondo. Chiedendosi cos'è la storia, come dev'essere studiata e come insegnata, Bennett sfuma verso un concetto che ha dell'esistenziale. Perché il vero tema della commedia è in realtà la vita. Al di là di libri ed esami, la vera storia, quella di ognuno, è fatta da momenti, da eventi che non serviranno mai a superare l'esame per Cambridge. Quella di Bennett è insomma insieme una pungente satira contro il mondo accademico, e un'intelligentissima riflessione. Dopo i sorrisi e le risate, il lettore viene coinvolto in una riflessione interiore, che – come la prefazione ben spiega – nasce direttamente dall'esperienza autobiografica dell'autore. Ma la commedia è un gioco in cui i valori sono costantemente sospesi, quasi sempre annullati, ribaltati. Il significato vero della narrazione è proprio l'assenza apparente di significato; di come ogni cosa sia relativa: l'amore, la poesia, la vita e la morte. E la storia, soprattutto la storia.

pubblicata anche: laRotaliana.it

giovedì 13 ottobre 2011

[REC] Philip Roth, Nemesi

[questa recensione non contiene spoilers]

I Greci parlerebbero di Τύχη (Tyche). Noi, a seconda della nostra cultura e del nostro credo, parliamo di caso, di destino, di Fortuna. O di Dio. Ma esiste un momento, prima o poi, in cui tutti ci chiediamo «perché io?», o «perché non io?». Perché io, ora, son qui a leggere una recensione di un libro, scritta da un idiota qualunque, mentre qualcun altro al mondo sta morendo di fame? Perché io ho un tetto sulla testa, e ci sono bambini che mai vedranno il domani? Perché io…?
A questa domanda, quasi ontologica, la religione ha dato una risposta. “Mistero della fede”, la volontà imperscrutabile di un essere superiore (quale sia il suo nome), a cui ci possiamo avvicinare, ma mai comprendere del tutto. Perché la fede dev'essere cieca, e mai si deve dubitare di un disegno così immenso.
Philip Roth non può accontentarsi. Il personaggio del suo ultimo libro (Nemesi [2010]), Bucky Cantor, nemmeno. Bucky non è ateo, crede davvero nell'esistenza di Dio, ma se accetta la sua presenza, allora.. ancor peggio! Come può Dio essere così malvagio? Mr. Cantor finirà con l'odiare Dio, con l'incolparlo di quel caso, quasi fosse la rivisitazione della dea Fortuna, che ha voluto, per sua sola volontà, girarsi più in là.

Siamo nell'estate, la caldissima estate del 1944. In Europa si sta combattendo la Seconda Guerra Mondiale, ed i soldati americani si devono dividere fra il Vecchio Continente e l'Oriente, il Giappone di Pearl Harbor. Bucky Cantor è un istruttore ventitreenne: durante l'anno scolastico insegna educazione fisica nella scuola di Newark, nel New Jersey; in estate è l'animatore di un campo giochi della città. È sportivo, atletico, lo si direbbe un perfetto soldato: ma a differenza dei suoi più cari amici, Jake e Dave, non è partito per il fronte. Non arruolabile, per colpa della sua vista, è rimasto a Newark, ignorando che, anche nella sicura America, avrebbe dovuto combattere una guerra.
Poliomelite, semplicemente “polio” nel gergo. Per l'ebreo Bucky Cantor il vero nemico, nel 1944, non ha più una svastica sul braccio: è un morbo invisibile, inspiegabile, che contagia ed uccide. Soprattutto i bambini. La poliomelite inizia con sintomi che fanno pensare ad una semplice influenza: brividi, febbre, una forte emicrania. Ma poi evolve, colpisce i muscoli, deforma le persone colpite, le rende storpie. Colpisce le vie respiratorie, sicché gli ammalati possono respirare solo attraverso un polmone d'acciaio. Chi guarisce, rimarrà storpio. Molti, soprattutto bambini, non sopravvivono.
Ed è proprio quando i ragazzi del campo giochi di Mr. Cantor iniziano morire, che inizia la sua tragedia personale. Quel senso di impotenza, ma quella voglia di restare comunque a Newark, quasi per lui fosse un nuovo sbarco in Normandia.
Ma poi c'è Marcia. La ragazza che ama; la figlia del dottor Steinberg, che tanta sicurezza dà a Bucky, anche nell'incubo dell'epidemia. Quando Marcia proporrà a Bucky di raggiungerla ad Indian Hill, dove lei già è animatrice di un campo estivo, e dove la malattia non è arrivata, per lui inizierà il vero tormento. Cosa fare? Fuggire da Newark e dalla polio, o restare a combattere, con i suoi ragazzi, con l'amata nonna, piangendo i morti e sorreggendo gli storpi?

Nemesi ha in sé sempre quel sottile doppio binario, tipico dell'ultima produzione di Roth. Da una parte Dio ed il destino, quel disegno che sembra scritto da qualcuno; dall'altra noi, che quel disegno muoviamo con i nostri gesti e le nostre scelte. Noi che il destino, la Fortuna, davvero ce la costruiamo da soli. In un libro che di questo ciclo fa parte a pieno titolo, Indignazione (2008), Roth metteva nero su bianco questa concezione, che sta poi alla base anche di Nemesi. «Il terribile, incomprensibile modo in cui le scelte più accidentali, più banali, addirittura più comiche, producono gli esiti più sproporzionati». Questo è il destino per Roth, questo è il vero Dio per Roth. Ogni nostra scelta, può essere la prima pedina del domino, che ne farà cadere un'altra, e poi un'altra ancora, ed ancora, trascinandoci verso una direzione che altrimenti mai avremmo preso. E, la maggior parte delle volte, l'effetto di una nostra scelta, per quanto meditata, rimane imprevedibile. Questo è essere uomo, questo è vivere: costruire il destino con le proprie scelte, in un modo così “terribile” e così “incomprensibile”.

Nemesi è un libro bellissimo, forse fra i più belli del Roth maturo. Una storia che ti lega alle pagine, ed un contorno che è filosofia, è insegnamento di vita, ti porta a riflessioni profonde. Il tutto con quell'arte della narrazione e della descrizione, che è il vero, immenso tesoro dell'autore americano.

PHILIP ROTH, Nemesi, Torino: Einaudi, 2011
(ed. or. © Philip Roth, 2010)
€ 19 (Einaudi SuperCoralli), 183 pagine


lunedì 26 settembre 2011

[REC] Philip Roth, Everyman


Un libro non è mai solo dello scrittore; è anche – e forse persino più – di chi lo legge. Come quando eravamo bambini e nostra madre ci raccontava le fiabe. Non erano le parole ad interessarci, ma le immagini che vedevamo chiudendo gli occhi. E così evaporavamo anche noi, diventando un tutt'uno coi sogni, fino ad addormentarci. Questa dimensione del leggere (o, sì, dell'ascoltare qualcuno che legge) si sta forse perdendo sempre più. In genere, più diventiamo razionali, e più perdiamo la capacità di lasciarci avvolgere dall'istinto della fantasia. Ma, a ragion veduta, questa capacità umana non si perde mai del tutto. Leggere un libro non è mai un'esperienza passiva; si interagisce sempre col testo, lo si rende vivo nel riflesso del proprio sentimento, e nelle esperienze personali.
Naturalmente anche lo scrittore ci mette del suo, in ciò che scrive. Ci sono professionisti che hanno un ottimo gusto nel mentire, e riescono a farti credere che ciò di cui scrivono è sola finzione. Che la fantasia sia finzione. Ma no! La fantasia è solo la realtà che passa attraverso Photoshop. Più o meno evidente, c'è sempre un po' dello scrittore in ciò che scrive: sia anche solo un ricordo, sia solo il riciclo di qualcosa che ha letto, sia solo la capacità di mettere un aggettivo al posto giusto, ed al momento giusto.
E poi ci sono quei libri che sono evidenti biografie. Magari parlano d'altro, di tutt'altro. Parlano di vite inventate, come quella del protagonista in Everyman. Ma saresti sciocco nel non vederci dentro l'autore.
Philip Roth è un genio della letteratura contemporanea, credo di averlo già scritto più volte nelle mie modeste recensioni. Ma ormai è vecchio. Lo sa, uno scrittore non si può mentire. Sa che questo suo bellissimo viaggio presto finirà. Serve a poco augurarsi – oh, quanto me lo auguro! - che quella fine arrivi più tardi ancora del più tardi possibile. Arriverà. E chi ama la vita non può che rimanerne sconvolto. Il senso dietro ad Everyman è questo: l'immenso sconvolgente realismo di un uomo che assapora la caducità della sua vita. Di tutte le vite.
Forse le pagine più belle del romanzo sono quelle che vedono il protagonista, sempre alle prese con la sua cartella clinica, trovarsi cinicamente ad odiare il fratello. Quel fratello che aveva sempre amato; quel fratello che sempre gli era stato accanto anche nei momenti difficili (come forse solo la figlia Nancy era riuscita in meglio). Eppure d'improvviso si era trovato ad essere logoro d'invidia, e sì: davvero ad odiarlo. Non per i successi di Howie (eccone il nome), non per la sua ricchezza, non per la sua fortuna di viaggiare il mondo. Nulla di tutto ciò: “odiava Howie per quella dote biologica che avrebbe dovuto essere anche sua”. Eccone, fantastica nella sua semplicità, la meravigliosa descrizione della natura umana. Forse cinica. Forse spietata. Ma straordinariamente realistica. Un uomo, che potrebbe essere qualsiasi uomo (everyman), che si trova a lottare contro le malattie di un corpo caduco. E che non riesce a resistere nel detestare chi, per qualche mistero della natura, non ne sembra affetto.
Non è un libro facile, questo di Roth. Bello, davvero bello, ma non facile. Perché ti porta a fare i conti con la grande paura dell'uomo, quel precipizio dove dovrai lasciarti andare prima o poi. Ecco perché, per la prima volta credo per Roth, non ne consiglio a priori la lettura. Il mio discorso è paradossale, perché ho adorato ogni pagina di questo libro. Ma non è stato facile fare i conti con questa enorme verità, che è la nostra caducità. Lo sappiamo, lo sappiamo tutti benissimo. Ma guardare negli occhi la realtà, non è affatto facile.
Eppure è un insegnamento. Ecco allora che ritorno alla premessa di questa mia recensione: forse davvero Everyman è un libro in cui ognuno di noi si può riflettere, e che può essere vissuto in maniera differente in base al proprio carattere, o al momento in cui ci si trova a leggerlo. Per un ragazzo può essere lo stimolo per rendersi conto che nulla, mai, andrebbe sprecato. Per un ipocondriaco – un po', lo ammetto, lo sono – può essere una lettura difficile, paurosa. Per un anziano, ahimè, la razionalizzazione dei suoi sconforti e delle sue paure. Come è stato, ne sono certo, per lo scrittore.

PHILIP ROTH, Everyman, Torino: Einaudi, 2007 (ed. or © P.Roth 2006)
€10 (settembre 2011), 123 pagine.


domenica 17 luglio 2011

[REC] Philip Roth, Il Seno

Sconvolgente. Credo che molta critica etichetti così ogni libro di Philip Roth. D'altronde il puritanesimo da Indice dei Libri Proibiti ha messo le radici nel pensiero comune, e scrivere di sesso è comunque la prova sufficiente per anatemizzare uno scrittore. Non pare un caso che, ad oggi, uno dei più grandi scrittori viventi non sia stato insignito del premio Nobel. Uno dei più grandi scrittori? Sì. Perché la verità è proprio questa, la stessa per cui mi sono battuto nelle altre mie recensioni ai libri di Roth: l'americano potrebbe persino parlare delle sue defecazioni mattutine, e lo farebbe comunque in un tessuto narrativo d'incantevole qualità.
Ma, per questo
Il Seno, devo ammettere che il termine 'sconvolgente' calza a pennello. D'altronde di per sé 'sconvolgente' è una vox media: sconvolgente è un efferato omicidio, ma sconvolgente è anche la più grande passione d'Amore. E allora: in che senso Il Seno è sconvolgente? Non pretenderete che sia una recensione, per altro umile, a dirvelo?! A volte certe sensazioni si possono vivere soltanto leggendo un libro. È il bello della lettura. È lo sconvolgente della lettura.

Ho approfittato di un'edizione economica, allegata all'interessantissimo e consigliatissimo inserto domenicale di cultura de “Il Sole 24 ore”, per acquistare finalmente questo libro. Era nella mia lista delle “letture da affrontare, prima o poi” ormai da qualche anno, da quando almeno avevo letto Il professore di desiderio e L'animale morente, altri due libri di Roth diversi fra loro, ma con in comune il protagonista, David Kepesh. A formare una sorta di trilogia (ma particolarissima), anche ne Il Seno il protagonista è appunto Kepesh.
Se il mio lavoro fosse quello di scrivere recensioni, ora potrei pure perdermi in una lunga, e forse noiosa, parentesi sulle analogie fra i tre libri. Ne verrebbe fuori probabilmente un ritratto un po' particolare del concetto di 'trilogia'. Perché, in effetti, a quanto ricordo i libri sono dei monoliti che hanno in comune soltanto un nome. Ma probabilmente sto sbagliando, l'ho scritto che non sono un recensore di professione. Non ho ripreso in mano i libri che ho già letto, ho qui davanti solo Il Seno, che fra l'altro dei tre è quello scritto prima, anche se io l'ho letto per ultimo.
Suvvia. Poche palle: penso che dei richiami reciproci fra i tre libri siano stati effettivamente pensati dall'autore (a pagina 40 della mia edizione de Il Seno si accenna di una passata avventura del protagonista con due donne in contemporanea, con finale fra il patetico ed il drammatico per una delle due; non è forse una vicenda poi approfondita nella prima parte de Il professore di desiderio? non credo di sbagliare), ma i tre libri hanno il loro centro in eventi del tutto slegati fra loro. L'animale morente, ad esempio, si inserisce perfettamente nell'ultima produzione di Roth, in cui l'autore riflette sulla vecchiaia e su quanto sia volubile la vita. E Il Seno? Beh, la sua trama è del tutto particolare. Forse è il caso di accennarla.

David Kepesh è uno stimato docente universitario di Letteratura. Fra i suoi difetti vi è l'ipocondria, è vero, ma non è il caso di drammatizzare, visto che ogni sua paura si è sempre rilevata infondata. Almeno fino a quel giorno in cui uno strano colore della pelle, lì al di sotto del pene, gli fa pensare ad un cancro. Lo fosse stato! Almeno la diagnosi, per quanto drammatica, sarebbe stata 'normale'. Ed invece, questo, per il povero Kepesh, è solo il primo stadio di una metamorfosi, che lo trasformerà, in una notte, in una gigantesca mammella di donna.

Metamorfosi, e la mente corre a Kafka. Anche lui uno scrittore ebreo, come Roth. Sicuramente di Roth è stato, attraverso i suoi libri, grande maestro. Lo sappiamo, se non sbaglio, proprio da Il professore di desiderio, dove ad un certo punto Kepesh si rifugia a Praga; l'occasione è colta al balzo da Roth, che ci regala alcune bellissime pagine critiche su Kafka (dovrei rileggerle!). E di Kafka Roth parla anche nelle Chiacchiere di Bottega, un libro in cui intervista altri colleghi scrittori, ed in cui il richiamo al Maestro è spesso presente. E non può evitare, nello stesso Il Seno, in una sorta di colpo da metateatro, di inserire il nome di Kafka. Quando il protagonista si convince d'esser diventato pazzo, credo di esserlo perché sin troppo suggestionato dalla lettura del classico kafkiano e de Il naso di Gogol'.
Ma se la rilettura, ironica, delle Metamorfosi è stato probabilmente l'input – me lo immagino!, Roth sulla poltrona di casa sua, a parlare con un vecchio studente delle Metamorfosi. «Ve lo vedete voi, il protagonista non più trasformato in scarafaggio, ma in una grossa tetta? ahah che ridere! Oh però, coff coff, l'idea è buona!» -, i temi trattati sono quelli cari già ad altra della produzione dello scrittore americano. L'ossessione per il sesso, ovviamente, la ricerca per il piacere che rifugge dai dogmi, e si tuffa in nuove perversioni. Ecco, la stessa ontologia mammellica, il divenire Seno, è di per sé una perversione. L'indagine originale e, ancora, sconvolgente di cos'è l'essere tetta! Questa meravigliosa misteriosità che è il seno femminile, tripudio estetico ed estatico si potrebbe dire, ma ancor più miracolo della natura: miracolo come è miracolosa la capacità umana di provare piacere, attraverso quel sentiero anatomico e sensoriale che si accende in climax fisici. Sensazioni che dell'uomo sono parte, ma che rifuggono dalla sua capacità di un totale discernimento. In questa selva di bellezza e mistero, Roth prova ad avventurarsi attraverso l'arma duplice di ironia e paradosso, sfonda i confini dell'immaginazione tentando di rendere verosimile persino una siffatta metamorfosi! Così l'uomo diviene Seno, ma rimane uomo, con le sue debolezze di fronte alla carne, alle prese con una realtà che va al di là della sua concezione. E le reazioni sono poi facili da immaginare; quando Kepesh supera il mero istinto, selvaggia ricerca del piacere, ecco che arrivano quelle che definisce come crisi. Prima un professore che, vedendolo, non riesce a trattenersi dal ridere; poi la sua incredulità, a cui risponde con l'improvvisa illusione di star vivendo solo un sogno. O una forma di follia, ispirata, come detto, da una sorta di suggestione data da quei maestri del parossismo che sono Kafka e Gogol'.

Ciò che è straordinario in Roth è proprio questo, il continuo giocare, il filo che scorre fra l'assurdo ed il verosimile, straordinaria indagine dell'istinto e del pensiero umano, psicologia dell'impossibile che diviene verosimile. Ecco la straordinarietà di Roth. Valicare i confini del paradosso, e riuscire a dare comunque un brivido al lettore, quando sfoglia l'ultima pagina.

Philip Roth, Il seno, Torino: Einaudi, 2005
pubblicato per la prima volta in Italia nel 1973 con il titolo La mammella
Edizione recensita: I libri del Sole 24 Ore, edizione speciale, 2011

su ibs:

giovedì 9 settembre 2010

[REC] Stephen King, L'acchiappasogni

Quando ci si abitua a certi standard qualitativi, è difficile poi prendere con serenità un passo falso.



Stephen King non è mai stato uno scrittore che ha scritto particolarmente bene, se prendiamo, intendo, come metro valutativo l'estetica del linguaggio utilizzato. Il motivo è banale: la sua è una narrativa d'evasione, non ha l'interesse un po' accademico - un po' edonistico - di colpire il lettore con ogni singolo vocabolo utilizzato. La sua è pura fiction, del tipo che per di più vanta la scritta "best seller" in copertina. La sua è certo una narrativa un po' di genere, fra horror e fantascienza, ma è comunque letta da un pubblico vasto, e non selezionato. E' il discount della narrativa, e questa sua caratteristica è stata in passato il motivo di critiche poco lusinghiere; ci si deve però rendere conto che non esiste solo la narrativa - o sarebbe meglio dire la letteratura - con la N o la L maiuscole. Esiste la narrativa che non è un piacere intellettuale, ma un piacere sensoriale. Quella che ti lega alle pagine non perché ti accresce culturalmente, ma perché ti fa passare il tempo, perché ti attrae, perché…semplicemente "ti piace la storia".
In appendice al libro che sto recensendo, L'Acchiappasogni (2010,  Sperling&Kupfer, ed. or. 2001), è riportata una citazione dello stesso King, che in parte avvalla questa mia premessa: "A me interessa aggredire le emozioni dei lettori, scipparle. Non credo che i libri debbano essere una questione intellettuale. Il mio lavoro è quello di farvi bruciare la cena mentre leggete. Se poi spegnete la luce e avete paura che ci sia qualcosa sotto il letto, bene." Ecco, nelle sue parole ben si spiega ciò che intendo. E' un discorso che non mi sento di condividere in pieno - i libri, o almeno alcuni libri, sono esattamente una questione intellettuale! -, ma che esprime con precisione lo stile di King. E della maggior parte degli autori di narrativa.
Ed allora dove stanno quegli standard qualitativi, di cui parlavo in apertura? Se non nell'estetica della scrittura - beh, piccola precisazione: King sa scrivere, ed anche molto bene… ma non è né un Oscar Wilde, né un Saramago; e nemmeno vorrebbe esserlo -, sicuramente nella capacità d'inventare. Non nella cornice, ma nella sostanza. Non è uno scrittore barocco, il suo talento lo si trova nella straordinaria capacità d'evocare storie, incubi ed emozioni. Si leggano It (1986) e Misery (1987), probabilmente i suoi due capolavori del filone orrorifico, per comprendere appieno quale sia il dono che lo ha reso così celebre.
Sorprende quindi che L'Acchiappasogni abbia un intreccio meno riuscito, quasi un gioco sarcastico di citazionismo, in cui si riprendono canoni propri di certa fantascienza, e li si fa propri in un contesto originale e non sempre efficace. Così la possessione aliena avviene attraverso l'incorporamento di esseri mostruosi, definiti dai protagonisti come "donnole di merda" (sic!), che si palesano attraverso le nauseabonde scoregge (di nuovo sic!) degli sfortunati impossessati. Di tutti, sia chiaro, tranne uno dei protagonisti, Jonesy, che la presenza aliena - definita Mr. Gray, ed è ancora una citazione - riesce solo a controllare a livello intellettuale, provocando allucinazioni e deliri. Fintantoché lo stesso Jonesy rimane seduto in una sorta d'ufficio nel suo cervello, il controllo alieno avviene anche sul fisico di Jonesy (che è così costretto a macchiarsi di svariati omicidi). Ma mentre Mr. Gray inizia la sua umanizzazione scoprendo il fantastico mondo del bacon (ancora sic!), con l'aiuto di Duddits - un ritardato, conosciuto nell'infanzia, ma che ha straordinari poteri telepatici - Jonesy riesce infine a ribellarsi, in uno scontro finale che avviene in un'immaginifica situazione allucinatoria. A condire il tutto, ci si mette anche Kurtz, un pazzo che misteriosamente è a capo dell'operazione militare contro gli alieni, e che decide di ordire una disinfestazione di massa, uccidendo tutto ciò che è entrato in contatto con le presenze extraterrestri (e con un virus, che gli umani chiamano Ripley - citazione da Alien -, e gli invasori chiamano - che originalità! - byrus), compresi animali, civili e soldati. La situazione evolve insomma in una sorta di lungo inseguimento, con alla testa Jonesy controllato da Mr.Gray (che vuole raggiungere una torre dell'acqua, per diffondere attraverso essa il virus), alle spalle Henry (amico di Jonesy, con cui è anche in contatto telepaticamente), Duddits, ed Owen (un soldato che si è ribellato a Kurtz). Da ultimi, lo stesso Kurtz, che si vuole vendicare di Owen.
Il riassunto rende l'idea di quale sia la storia dietro le pagine del libro. E' un po' ingiusto, perché forse ridicolizza una narrazione che è in alcuni tratti costruita magistralmente (soprattutto quando si parla dell'amicizia fra i protagonisti, un tema che King tratta spesso, e sempre con competenza). Ma la trama non è mia invenzione, ed anche mentre si legge ci si rende conto che talvolta si esce un po' dal seminato. Spiace dirlo, da assoluto fan di Stephen King da tempo immemore, ma forse in questo libro si è verificato ciò che Seth MacFarlene aveva stigmatizzato con la solita irriverenza in un episodio della sua Family Guy (in italiano, I Griffinvedi lo spezzone cliccando qui ). Al sottoscritto il libro è comunque piaciuto, e sicuramente soddisferà molti dei fan dello scrittore americano. Ma non mi sentirei di consigliare questa lettura a chi si vuole avvicinare a King, non avendo mai letto nulla prima.

Stephen King, L'acchiappasogni, Milano: Sperling&Kupfer SuperBestSeller, 2010 (ed. or. Sperling&Kupfer, 2001, da Id., The Dreamcatcher, 2001)




in vendita a 11.90 € (a settembre 2010)

martedì 15 giugno 2010

[REC] José Saramago, Le intermittenze della morte

Ci sono alcuni libri che quando finiscono ti lasciano una strana forma d’estasi. Una volta voltata la fatidica ultima pagina, ti senti sospeso fra il mondo rinchiuso in quelle righe, ed uscirne e ritrovarti a faccia a faccia con la realtà ti lascia un po’ a disagio. Come in una forma di subitanea nostalgia che si mescola con il senso di meraviglia, senti che qualunque parola potresti dire a commento sarebbe fuori luogo, così inutile per aggiungere qualcosa alla perfezione di ciò che hai appena letto. E’ una variante della sindrome di Stendhal, il vero motivo per cui il finale di un libro è così importante. Quante sono invece le delusioni di romanzi ben scritti, ma che si chiudono in maniera banale o scontata; a volte sembra che l’autore, che così tanto si è prodigato nello strutturare il suo genio narrativo, sia arrivato alla fine esausto, e voglia solo mettere l’ultimo punto come un lavoratore allo scoccare della sera. Alle volte noi lettori ci arrabbiamo, ci sentiamo presi in giro perché veniamo salutati così male, le nostre aspettative così disilluse (o perfettamente rispettate, in una fiera dell’ovvietà), ci troviamo a giudicare un buon libro così negativamente solo per quelle ultime righe. Forse è per questo che alcuni scrittori hanno dichiarato d’iniziare la stesura dei loro romanzi proprio dal finale, quasi che volessero attingere dal fuoco delle muse quando è ancora un incendio, e lasciare così traccia indelebile su carta dell’ispirazione, proprio nel momento in cui il lettore è più esigente.
Non so come Saramago, così fortunato nell’aver trasformato il suo fantastico talento in un lavoro, si approcci a quest’ultimo. Certo è che questo “Le intermittenze della morte” riesce a lasciare quel senso di meraviglia di cui parlavo sopra.
Sia chiaro: tutto il libro è ispirato; fantastica l’idea paradossale di fondo d’un paese ove la Morte ha deciso di pensionare il suo operato, intelligente - nello stile di Saramago - la forma di scrittura, con la capacità pungente di sfumare il paradossale verso l’ironia sociale. Straordinaria anche la capacità di mutare il senso del romanzo, conducendo il lettore verso una nuova imprevista prospettiva, che porta al finale. Quel finale, quel colpo di maestro, che solo uno dei più grandi scrittori contemporanei poteva scrivere.

JOSE' SARAMAGO,
Le intermittenze della morte, Torino: Einaudi, 2005 (ed.or ID., As Intermitencias da Morte, Lisboa: J.Saramago&Editorial Caminho SA, 2005),
in vendita a 11€ (aprile 2010, edizione super ET)
su ibs: http://www.ibs.it/code/9788806184872/saramago-jos-eacute/intermittenze-della-morte.html

giovedì 4 marzo 2010

[REC] Philip Roth, Il lamento di Portnoy

Solitamente scrivo una recensione di un libro che ho appena concluso senza leggere le opinioni altrui, sia perché non ne voglio essere influenzato, sia perché potrebbe demoralizzarmi il vedere che tutto ciò che potrei scrivere è in realtà già stato scritto.
Per Il lamento di Portnoy (2000, Einaudi, ed. or. 1967) di Philip Roth ho fatto una piccola eccezione: sono corso su anobii, leggendo alcune delle recensioni negative (per fortuna erano la minoranza), per il semplice motivo che non riuscivo a credere che ci fosse qualcuno che possa non amare questo libro. Perché?, mi son chiesto. La risposta era semplice, e sono stato stupido a non pensarci prima: perché è volgare. Oh certo, un romanzo che ha come file rouge la sessualità del suo protagonista, che tratta di temi scabrosi come l'onanismo o la fellatio – ed in termini ben più espliciti di questi -, non poteva che essere definito così. Il pubblico di benpensanti, moralizzatori e moralizzati, non poteva che trovarsi schifato dalla mancanza di censure del buon Roth, e cascare fra le ortiche di quel pensiero che tanto ancora ossessiona la società: cos'è giusto? Cos'è sbagliato? Il secondo capitolo di questo libro s'intitola seghe, e questo è sbagliato, no?
Bene, precisiamolo subito. Se state leggendo queste righe non per caso, ma perché avete visto in libreria questo titolo, e ne siete stati in qualche modo incuriositi (magari solo per la copertina, con quei manichini tutti uguali...), ma prima di spendere 10.50€ preferite cercare qualche consiglio (ed ecco che siete capitati qui!)... voglio essere chiaro! Se per voi parlare di sesso e affini è come compiere un'eresia, Il lamento di Portnoy, così come tutta la narrativa di Roth, non fa per voi. Scandalizzarsi è un diritto sacrosante di ogni persona umana. A volte è difficile da comprendere – come, consentitemi, in questo caso –; ma rimane un diritto.
Curioso però che il punto centrale del libro è proprio questo: la costante lotta fra la morale, quella che il protagonista Alexander Portnoy impara a forza dai genitori, ed ildesiderio, che si muove ossessivamente fra l'istinto e la ricercatezza di una ribellione. Il tema era certamente attuale alla vigilia del '68, quando il libro è stato scritto, ma come si evince curiosamente anche dalla premessa alla mia recensione una certa attualità rimane ancora. Non occorre essere ebrei, e lottare contro le istanze più reazionarie della religione (come si trova a fare Alex), il pregio del lamento di Portnoy è che il suo è il lamento di molti uomini (ed anche del sottoscritto, sia chiaro), la lotta sconvolgente fra la moralità, la tradizione, e la voglia di qualcosa di diverso. Poco importa se il protagonista cerca il diverso tuffandosi nella masturbazione, nei ménage à trois, nel sesso esclusivamente con non ebree (shikse, in yddish). Il romanzo prettamente erotico è il contorno - spesso anche indubbiamente divertente o persino comico -, di un monologo intelligentissimo (caratteristica essenziale della narrativa di Roth, anche i suoi detrattori glielo dovrebbero riconoscere).
Insomma, Il lamento di Portnoy e' un libro che fa ridere, commuove, ma soprattutto coinvolge e fa pensare. Oh certo, può anche scandalizzare; ma forse in quel caso il lettore dovrebbe interrogarsi sul motivo di tutto questo scandalo.Cos'è giusto? Cos'è sbagliato?

Philip Roth, Il lamento di Portnoy, Torino: Einaudi, 2000 (da Id., Portnoy's Complaint, 1967)
in vendita a 10,50 € (a febbraio 2010)

sabato 27 febbraio 2010

[REC] Paola Barbato, Il filo rosso

Il vero guaio di uno scrittore è che non sa mai a chi verrà accostato al momento della sua lettura. E' esattamente ciò che avviene, soprattutto in Italia, anche per i musicisti.
Intendo questo su due piani: il primo quello della critica. Non può esistere uno scrittore, o quanto meno non un nuovo scrittore, che non venga associato ad un altro nome (spesso preso a caso fra coloro che possono vantare la scritta BEST SELLER su un loro volume). Legge del marketing, e dell'editoria che non vive solo di bei libri, ma anche e soprattutto di vendite. E' la regola del gioco che sa benissimo chi scrive, e ci si potrebbe persino divertire a trovare le strane associazioni – per altro molte volte contrastanti – che identificano uno stesso autore. Perché non esiste scrittore che non possa essere associato ad un altro, mai.
Ma un secondo piano, ancor più inevitabile, è quello della sequenza di letture che fa chi il libro lo ha già comprato. Qualsiasi libro ci parrà un capolavoro, se lo leggiamo dopo aver riposto sullo scaffale Scusa ma ti chiamo amore di Moccia (libro che per altro non ho mai letto, ma credo di aver comunque azzeccato l'esempio). Credo che parte delle recensioni contrastanti - che si trovano su anobii, su ibs, ma anche sulle riviste specializzate - variano appunto per questa inconscia incapacità di astrarre un libro e prenderlo come assoluto: il non poter giudicare senza confrontare, più o meno volutamente. Ed ecco la sfiga della Barbato e de Il filo rosso (2010, Rizzoli).
Il libro l'ho preso nel giorno stesso in cui è uscito, sia perché stimo il lavoro alle sceneggiature di Dylan Dog della sua autrice, sia perché avevo letto volentieri il precedente Mani Nude (2008, Rizzoli). La Barbato era poi stata abile nel ruolo di Mastrota (oh no, ecco una nuova spontanea associazione!), suscitandomi una certa curiosità, dando vita ad un blog che dispensava saggiamente spunti ed anticipazioni sul libro in questione. Ma – ecco la sfiga! - l'effettiva lettura de Il filo rosso l'ho affrontata dopo aver riposto sullo scaffale The Dome di Stephen King (2009, Sperling&Kupfer) e prima di comprare Il lamento di Portnoy di Philip Roth (2000, Einaudi [or. 1967]), che ancora sto leggendo. La Barbato se l'è quindi dovuta vedere con un maestro della narrazione ed uno della scrittura; come se il San Marino si qualificasse ai Mondiali e trovasse il Brasile sulla sua strada, come se Pupo gareggiasse contro Jimi Hendrix, come se il Bangladesh venisse invaso dagli Stati Uniti. Beh, a queste condizioni, era ovvio che alcune delle pagine de Il filo rosso mi sembrassero un po' più difficili da digerire.
Ma se mi sforzo di dimenticare i miei amati King e Roth, se prendo Il filo rosso per quello che, credo, vuole essere: “un buon libro, con una trama avvincente, che però non rimane fine a sé stessa, ma lascia intravedere un significato più profondo”.. beh, bingo, quello della Barbato è un lavoro che merita di troneggiare nella mia libreria. Il pregio è la storia (“hai detto poco!”). In una prosa quasi registica, i colpi di scena vengono distribuiti sapientemente, costringendo il lettore a rimanere legato alle pagine, superando anche i tratti in cui il libro sembra meno ispirato.
Il San Marino non vincerà mai contro il Brasile, ma può giocare una buona partita. Il filo rosso merita una chance, e se lo affronterete senza troppe pretese, ne sarete anche piacevolmente colpiti.

PAOLA BARBATO, Il filo rosso, Milano: Rizzoli, 2010
in vendita a 19€ (febbraio 2010)

giovedì 13 agosto 2009

Delitto e castigo, ovvero rinascita dell’uomo.

Esiste giustificazione al delitto, vi sono attenuanti all’omicidio, esiste una dimensione teorica o pratica in cui ciò che è percepito come moralmente abietto diviene non solo accettabile ma persino doveroso? Ed ancora: cosa spinge la mente a percepire come spregevole un atto, ed al suo compimento sin dove possono arrivare il rimorso della coscienza, l’orgoglio, l’attaccamento alla vita? Si può accettare d’aver ucciso, o l’omicida sarà sempre vittima d’un castigo istintivo; debole, incapace, impotente di fronte alla paura d’esser scoperto, o, ancor peggio, giudicato? Esistono uomini, o meglio superuomini, che sono al di sopra del concetto stesso di delitto? Senza sangue versato, ci ricorderemmo nei libri di storia di Napoleone?

E’ un’inquietante, a volte macabra, (ma non per questo pienamente razionale e legata al suo tempo) filosofia che si nasconde dietro al Delitto e Castigo di Dostoevskij, di cui ho da poco ultimata la lettura. Il delitto dell’ex studente (e la dimensione di colto intellettuale si confonde con l’alta auto-considerazione per la sua intelligenza) Rodiòn Romànovič Raskòl’nikov, che ha ucciso una vecchia usuraia e la sorella (per quanto quest’ultimo sia omicidio non voluto), diviene lo sfondo di una riflessione esistenzialistica di pungente realismo. Non solo: il tutto è inserito in un contesto ben definito, che pare (e probabilmente è) figlio di un celato autobiografismo. La miseria stessa diviene personaggio fra i principali della vicenda, la vita di Pietroburgo, le taverne con i suoi ubriachi, la fame e le malattie. E naturalmente l’ingiustizia, i soprusi, l’usura; il delitto ed il castigo.

Dostoevskij tratteggia, insomma, al di dietro della narrazione un ritratto che per il contemporaneo fu certo di straordinaria attualità, mentre per il lettore odierno un romanzo storico di vita che non rientra nei libri di storia. I dimenticati nel dramma di un’esistenza ai bordi dei vicoli, negli sporchi appartamenti in affitto, affogati nella vodka o imbevuti nel tè. Fra miseria e sentimenti, disperazione e morte, il delitto pare a tratti una svolta sì drammatica, ma incresciosamente naturale. Seppure mai l’autore si schieri apertamente a favore dell’atto del suo protagonista, incentrando gran parte del romanzo proprio sul castigo. Castigo che non è però giudizio, quanto piuttosto conseguenza.

Sono tuttavia i personaggi, nei loro monologhi o nelle serrate discussioni, a suscitare il maggiore interesse della penna di Dostoevskij, attento studioso dell’uomo e dei suoi umori, in un climax di drammaticità che trova il suo apice nelle vicende della famiglia Marmeladov. E’ quest’ultima compagna dell’agire del Raskòl’nikov, ma ancor più sintesi dell’ineluttabile sofferenza umana, accettata però con latente umiltà. Atteggiamento, questo, sintetizzato appieno dalla figura di Sonja, una sorta di angelica peccatrice, di necessità prostituta, ma devota religiosa. Ella pare in effetti l’antitesi del protagonista, essendo questi piuttosto risoluto a risolvere l’apatica sua condizione con il delitto stesso, che assume i connotati dell’iniziazione. La vera colpa che si riconosce non è poi l’omicidio, quanto piuttosto l’incapacità di amministrarne l’esperienza. La finale realizzazione della propria debolezza nel gestire le conseguenze del gesto ed i sospetti altrui, l’appartenenza ad un modello di normalità in cui il delitto è effettivamente delitto. Il riconoscimento che forse proprio nell’atteggiamento di Sonja v’è l’unica possibilità di svolta, sia essa solo una consapevole accettazione, una sorta di servitù alla vita.

Il castigo che porta al rinnovamento dell’uomo, tanto che si potrebbe sospettare che per Raskòl’nikov fosse proprio necessario un atto forte come il delitto, per ritrovare la strada di una rinascita.

martedì 21 luglio 2009

Su "Il campo del vasaio"

"Ecco, il problema è stato l'individuazione di una voce mia. E l'ho scoperta del tutto casualmente: raccontai a mio padre una cosa molto buffa che era accaduta in uno studio televisivo e mio padre rise molto. Poi tornò mia madre e mio padre le disse: "Andrea ha raccontato una cosa, guarda, che è successa oggi nello studio" e cominciò a raccontarla. Poi si fermò e disse: "Raccontagliela tu, perchè tu gliela racconti meglio di me"; e allora io gli chiesi: "In che senso gliela racconto meglio?". Così scoprii che per raccontare adoperavo senza saperlo parole italiane e parole in dialetto, e quando avevo bisogno di un grado superiore di espressività ricorrevo al dialetto. Tutta la mia scrittura che è venuta dopo è una elaborazione di questa elementare scoperta avvenuta allora." [Andrea Camilleri]

Invogliato da una ristampa di Repubblica e L'Espresso ( http://temi.repubblica.it/iniziative-noir09/2009/andrea-camilleri-il-campo-del-vasaio/16 ) ho divorato "il campo del vasaio" di Camilleri. Scrittore di sicura fama, tanto che tempo acquistai cinque dei suoi libri, nell'originale edizione della Sallerio editore Palermo. Purtroppo, nonostante la curiosità che appunto mi spinse all'acquisto, ho assunto nel tempo una specie di allergia alla lettura di ciò che comunemente piace.
Credo che razionalmente sia tempo si superare questa immotivata antipatia alla massificazione dei gusti, perché ho scoperto che spesso (non sempre!) ciò che piace, in realtà ha dei validi motivi per piacere. Il caso più evidente fu con Harry Potter, di cui non ho difficoltà oggi ad ammettere la qualità, ma sul finire degli anni Novanta, mentre la serie vedeva la luce ed orde di compagni di scuola ne erano entusiasti, preferivo rivolgere le mie attenzioni al solito Stephen King (non che fosse un autore poco noto, ma quando me ne avvicinai non ne avevo coscienza). Poi la Rowling entrò prepotente, ed inevitabilmente, nelle mie grazie, ma confesso che ancora un certo Dan Brown è in compagnia di Stieg Larsson negli abissi della mia ignoranza. E mentre l'Italia leggeva Paolo Giordano, gli preferivo ostinatamente Paola Barbato (spesso ingiustamente ignorata, ma forse spenderò altre parole su di lei in altra occasione).
Anche i libri di Camilleri/Montalbano, fra l'altro lanciati anche da una serie televisiva (con l'ottimo Zingaretti), non sfuggirono al destino di questa legge assurda del mio inconscio, tanto che finirono a dare bella mostra su scaffali inombrati dalla polvere.
Insomma.. anche se ho scoperto, informato da un promoter di una libreria in stazione di Padova, di essere un buon lettore rispetto alle medie nazionali, ho la consapevolezza che una vita non basta per leggere tutto. Perché sprecarla allora per ciò che leggono tutti?

Questo discorso, l'ho già detto, non è affatto giusto. Ma è spesso diventato determinante nella scelta della prossima lettura. E quando si sceglie un libro, i vari lettori lo sanno, i fattori determinanti non sono pochi. L'autore, il titolo la trama riassunta nella terza di copertina, l'odore, il colore, un consiglio, una pubblicità; spesso semplicemente una sensazione, quasi fosse il libro a scegliere noi, e non noi loro. Sull'argomento credo abbia riflettutto anche Italo Calvino, nella prefazione a 'Se una notte d'inverno un viaggiatore' (1979), attraverso un allegorico assalto di libri-tentatori in libreria (è passato qualche anno da quando lessi quessi quelle pagine, ma dovrei essermela cavata con il riferimento dotto).

Fatto sta che Montalbano ha trovato il suo complice perfetto nella riedizione economica, allegata fra l'altro al quotidiano che, con Il Corriere della Sera, preferisco. Gaudium magnum: non solo ho apprezzato in effetti la storia raccontata (un indagine che segue il ritrovamento di un cadavere, nascosto nel campo di un vasaio dopo esser stato tagliato in trenta pezzi. Si scoprirà in efftti che quest'ultima è altro che una trovata splatter; piuttosto un riferimento dotto, nonché un macabro rituale di stampo mafioso), ma ho amato ancor più la caratterizzazione dei personaggi. In primis Montalbano stesso, alle prese con la paura per l'avanzare dell'età, con il sentimento così forte dell'amicizia, con le spire del tradimento; in secundis ogni singolo personaggio o comparsa, dalla fascinosa Dolores alla monarchica Esterina Trippodo. Le parole prendono vita, carattere, concretezza.
Il merito va tutto all'autore, a quel suo utilizzo così istintivo di un italiano fortemente regionale, che inizialmente spiazza il lettore (me persona personalmenti), ma che poi riesce nel fantastico processo della creazione, nel far danzare uomini fra parole, su sfondi di carta.

Ora, quei libri della Sallerio hanno lasciato il loro scaffale. Non sarà il momento di acquistare anche Il Codice Da Vinci?


PS: per chi legge questo su facebook, ricordo che il mio blog è in realtà a questo indirizzo: livingepitaphs.blogspot.com